4 marzo. Varie ed eventuali.

In un tempo in cui sembra che tutto possa essere ridotto ad un post di tre righe su Facebook io sento sempre più l’esigenza di tentare di mettere in campo ragionamenti un po’ più lunghi, sia in termini di orizzonte che, inevitabilmente, per quel che riguarda le righe da leggere.
Perciò mi perdonerete se non farò il solito post in cui dico “quanto è bravo/a questo/a partito o candidato/a, votatelo!” cercando invece di spiegare le ragioni che mi conducono alle scelte che faccio, con grande onestà.
Comincio raccontando un episodio accaduto settimana scorsa, mentre stavo volantinando al mercato di via Asmara, quello del quartiere in cui sono cresciuto. Un signore si avvicina, e pone una domanda semplice ma folgorante: “Perché lo fate? Chi ve lo fa fare?
E allora voglio provare a rispondere a lui e – in fondo – anche un po’ a me stesso.
Ecco le ragioni per cui sono ancora qui a impegnarmi e i motivi nonostante i quali sono ancora qui a scrivervi di politica. Sento di doverlo fare per le tante persone che quando mi vedono mi parlano di politica e mi consegnano il loro scetticismo e la loro stanchezza.
Io sono convinto che alcuni aspetti del tempo che stiamo vivendo – da una evidente regressione sociale all’individualismo spinto fino alle sue peggiori distorsioni, dal riemergere d’istinti razzisti, fascisti e violenti al totale disinteresse per la cosa pubblica – non siano nulla rispetto a quello che ci aspetta nei prossimi anni. Non serve un esperto di sociologia per sostenere questa tesi. Basta frequentare ambienti “normali” e non solo la solita bolla che parla solo ed esclusivamente di politica. Avanzano generazioni, tra cui la mia, che se da una parte, probabilmente, saranno protagoniste di un incredibile progresso tecnologico, dall’altra sono già disilluse nei confronti di tutto quello che riguarda la democrazia. Questo grafico, che non riguarda direttamente l’Italia, rende bene l’idea.
C’è sfiducia in ragione del fatto che la politica sembra non assolvere più al suo compito principale, quello di migliorare le condizioni di vita delle persone. In una società che per certi aspetti si complica sempre di più le persone si ritrovano con sempre meno strumenti per comprenderla e adattarsi.
Di fronte a questa totale disgregazione delle società in cui viviamo per come le abbiamo conosciute, agli Stati nazionali che traballano, alle tensioni internazionali, i fenomeni migratori che premono sui nostri confini e sulle nostre coscienze, ho assistito basito in questi mesi alle discussioni nel campo cui mi sento di appartenere, il centrosinistra, tutte fatte di recriminazioni politiche, piccolezze di fronte all’enormità dei problemi che avanzano. Per uno cresciuto con l’Ulivo di Romano Prodi una disfatta su tutta la linea. Ho pensato di lasciar perdere la politica in questi mesi, lo dico senza vergogna, tanto era il disagio rispetto ai toni usati, gli attacchi personali, lo stile utilizzato. Io, cresciuto in una famiglia di pericolosi cattocomunisti, di fronte al fallimento di quel progetto ho sentito qualcosa rompersi, come tanti.
E allora, perché lo faccio? Perché sono ancora qui a scrivere?
Perché se non ti occupi tu della politica la politica si occuperà lo stesso di te. Perché è una grande passione nonostante richieda sacrifici, rinunce, assenze in famiglia. Perché per chi, come me, è cattolico, resta la forma più alta di carità, anche oggi, forse soprattutto oggi in cui, diciamocelo francamente, facendo politica si ha solo da perdere e nulla da guadagnare. Perché, fuor di retorica, l’ostinazione di voler lasciare il mondo un pochino meglio di come ce lo hanno lasciato è un intento difficile da rimuovere. Problemi demografici come il tasso di natalità che continua a scendere, i temi ambientali di cui si parla sempre troppo poco, la condizione di intere generazioni abbandonate a loro stesse, per citare i tre che forse mi stanno più a cuore, hanno bisogno dell’impegno e della generosità di tanti. Non è questo il momento di lasciar perdere mi dico, non è questo il momento per disimpegnarsi.
Il Partito Democratico in questi anni si è fatto carico di trascinare questo Paese fuori dalle sabbie mobili in cui lo avevano cacciato, cercando di trovare soluzioni concrete. Lo ha fatto guidato da una classe dirigente forse non sempre all’altezza, ma portando a consuntivo risultati importanti. Se la politica è l’arte del possibile, in questi anni penso che, nel silenzio generale – perché fa sempre più rumore un albero che cade di una foresta che cresce – siano stati raggiunti bei traguardi: gli investimenti nell’edilizia scolastica, le riforma del terzo settore, la legge sullo spreco alimentare, il reddito d’inclusione, il piano industria 4.0, la legge contro i reati ambientali e il caporalato, per citarne alcune. Il Partito Democratico, nonostante alcuni atteggiamenti insopportabili di Matteo Renzi (che meriterebbe da solo un post a parte per come è riuscito a sprecare un’occasione imperdibile, come un Kalinic qualunque), resta ancora l’argine democratico di questo Paese. Mentre il Movimento 5 Stelle fa dell’incompetenze una virtù e il centrodestra propone misure tutte a vantaggio di chi ha di più, il PD resta l’unico luogo politico con serie ambizioni di governo che attrae personalità di spicco, come Carlo Calenda, e servitori dello Stato come Paolo Gentiloni e Sergio Mattarella. E mi spiace per quei moderati cattolici finiti a fare le comparse nello spettacolo horror di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, che dicono di prendere voti per il loro piccolo partitino portando acqua al mulino di chi vuole seminare odio e paura, magari svilendo il Vangelo per scopi elettorali.
Il PD resta la mia casa politica. Non credo che chi è uscito e ha fondato un nuovo partito sia un nemico e penso sia sbagliato continuare a cannibalizzarsi. Anzi sarà necessario e doveroso riannodare il filo del dialogo se vorremo combinare qualcosa dal 5 marzo in poi. Perché divisi non si va proprio da nessuna parte e facendo opposizione non si cambiano le cose. Ci si torni a parlare. Si trovino soluzioni di compromesso alto. Si torni a fare politica e non poltronismo. Dall’una e dall’altra parte.
Venendo al voto del 4 marzo. Una cosa la voglio dire. Penso sia un errore tragico non sostenere in Lombardia una personalità di livello come Giorgio Gori contro Attilio Fontana, in una elezione che prevede un turno unico, senza ballottaggio. Uno dei migliori candidati per cui mi sia capitato fare campagna elettorale. Preparato, umile, attento.
Come può uno che parla di “razza bianca” governare una Regione come la Lombardia che deve competere nel mondo? E allora speriamo che Giorgio Gori ce la faccia dopo la splendida campagna elettorale che ha fatto. Per il Consiglio Regionale, oltre a votare il candidato Presidente, si possono votare anche due consiglieri regionali, esprimendo la preferenza per un uomo e una donna. Io sono convinto che la differenza la facciano sempre le persone e voterò Fabio Pizzul, per la sua storia. Non serve condividere sempre tutte le posizioni, ma è indispensabile fidarsi della qualità, della storia e dell’impegno politico. Per la donna non ho ancora scelto nemmeno io. Perciò non mi sento di indicare nessun nome.
Per l’elezione della Camera e del Senato, schede rosa e gialla, è sufficiente barrare il simbolo del Partito Democratico.
A disposizione per chi volesse discutere di queste idee civilmente.
Buon voto a tutti!