CIAO NONNO


Chi di voi è presente oggi ha conosciuto il nonno, lo ha visto immerso in una delle sue molte attività ed ambiti di impegno. Vorrei provare a raccontarlo, per quanto mi é possibile, dal mio punto di vista, una prospettiva un po’ diversa, ovviamente.
Vorrei provare a farlo come se fossimo in uno dei suoi amati film, di quelli per cui sistemava il timer del registratore con il quale puntualmente litigava, per poi rivederseli quando voleva. 
La scena iniziale la giriamo a Salerno. C’è un piccolo balilla, al secolo Antonio Contursi.  Mente il regime lo costringe a tenere la mano destra tesa il bambino già manifesta una inusuale voglia di imparare e di scoprire il mondo. Ci raccontava sempre che quando le zie gli davano i soldi per prendersi le caramelle lui si andava a comprare i libri, con le zie che lo avvisavano che i libri non gli avrebbero riempito la pancia. Già si intravede in quel bambino quella curiosità insaziabile che lo ha contraddistinto per tutta la vita e, diciamocelo francamente, anche un po’ della sua capa tosta. Dopo la guerra e grazie alla cucina della nonna ha poi ampiamente recuperato anche la parte relativa al riempimento dello stomaco, credo che le zie sarebbero state soddisfatte.
Potremmo continuare il nostro film arrivando con la nostra telecamera in una mattinata qualsiasi, all’alba, in stazione centrale. La telecamera avvicina un signore distinto, coperto a più non posso con una lunghissima sciarpa e un colbacco, pronto a prendere il treno con in mano il breviario e un oscar Mondadori pagato a poco prezzo. Direzione Verona, dove per anni ha lavorato in dogana come chimico. Qui troviamo il dottor Contursi, con il suo incredibile amore per la scienza e con la ferma  convinzione che servire lo Stato con onore significasse per prima cosa far rispettare le regole. Ad ogni costo.
Lasciamo il dottor Contursi e la nostra telecamera si ritrova nella sacrestia di una Chiesa. C’è il fratello Antonio Contursi intento a disquisire con il sacerdote di turno perché alcune parti della predica non lo hanno convinto. Forse lo aveva già nel cuore, ma il Concilio Vaticano II, con la sua forza dirompente, diventa il suo faro come Cristiano e come cattolico. Una continua tensione alla scoperta dell’amalgama fra fede e ragione, alla ricerca di una Chiesa rinnovata, in grado di aprirsi e di dare ai laici il ruolo indicato proprio da quel Concilio che tanto ha significato per la sua vita. Lì trova la sua casa, l’Azione cattolica, per la quale si è speso e nella quale ha trovato anche amicizie autentiche e sincere.
E’ ancora colpa del Concilio se ci ritroviamo sbalzati in un’altra scena. Una stanza da letto, il nonno steso, si è rotto il bacino da poche settimane, ma ci tiene lo stesso a fare la sua catechesi per gli adulti. Presente anche don Mario. Alle spalle del gruppetto la foto di Marx. Eccolo il compagno Contursi. Ancora colpa del Concilio che fa scattare la scintilla. Con coraggio sceglie di passare dalla Dc al Partito Comunista cercando anche lì di portare la sua testimonianza di Cristiano senza bandierine, convinto fino all’ultimo che il capitalismo non sia conciliabile con l’attenzione verso gli ultimi e per garantire ad ogni uomo o donna una vita dignitosa. Non so quante volte abbiamo discusso insieme di questa sua convinzione, io non ero molto d’accordo. Eppure, dopo essermi iscritto al Pd e frequentando insieme a lui in questi anni il circolo in cui lui mi ha portato per farmi iscrivere, ho potuto guardarlo con orgoglio, vedendo come in questi anni ha saputo seminare, raccogliendo anche qui stima e affetto. Quando parlava lui lo stavano tutti a sentire con ammirazione. 
Penultima scena. Agosto. Siamo in Cilento. Luca, il nipote più grande, ed il sottoscritto siamo sulle sue gambe. Sulla gambe del nonno Nino. Ci recita una filastrocca in napoletano su Pulcinella al termine di una giornata passata a riprendere le gesta dei nipoti con una telecamera gigante, o almeno così la ricordo io, con la sua immancabile paglietta in testa. Ride e scherza. Il nonno è orgoglioso della sua famiglia e non perde occasione per ripeterci, in uno dei nostri super pranzi, quanto è fortunato. Ovviamente solo dopo lunghissime disquisizione politiche che in famiglia non sono mai mancate. D’altra parte la malattia l’avrò pure aver presa da qualcuno.
Beh. Oggi gli vorrei ancora una volta dire che siamo stati fortunati noi. E che mi mancherà non portarlo più al circolo del Pd o non vederlo più indaffarato a scrivere un articolo o a sistemare le sue migliaia di libri o a vederlo seduto sulla poltrona a leggere il giornale con quei suoi occhiali raddoppiati buffissimi o a raccogliergli qualcosa che ha fatto cadere con quella sua goffaggine che temo di aver ereditato.
Ma se c’è una cosa che possiamo fare noi, che ciascuno di noi può fare per tenerselo ancora un po’ vicino a sè, è seguire quello che credo si possa utilizzare come motto per la sua vita. “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.  Magari abbinato a quel suo inguaribile ottimismo. 
Il suo sorriso e i suoi occhioni azzurri potremo solo tenerceli nel cuore.
Mi stavo scordando l’ultima scena.
Paradiso. Il nonno sta disquisendo con San Pietro sul fatto se Gesù sia stato o meno il primo comunista. Credo San Pietro sia abbastanza stizzito. Ma il nonno chiede più spazio per i laici in Paradiso. Dice che questi Santi pensano di sapere tutto. Sono quasi certo lo stia dicendo in dialetto.