Ciclisti della politica

Era il 27 luglio 1998, in questo stesso periodo, quando un bambino di dieci anni rimase incollato al televisore perché un ragazzo, all’anagrafe Marco Pantani da Cesenatico, sotto una pioggia fitta, in piedi sui pedali, mani ferme sulla parte più bassa del suo manubrio, sguardo fiero rivolto verso la cima del Col du Galibier, protetto dalla sua bandana da pirata, raccontato dalla voce di Adriano De Zan e Davide Cassani, andava a vincere la 15° tappa del Tour de France, staccando Jan Ullrich ed indossando la maglia gialla, che avrebbe poi indossato sul gradino più alto del podio a Parigi.Da quel giorno non ho più smesso di seguire il ciclismo. Uno sport che raccontando se stesso racconta della vita. Di cosa c’è nel profondo dell’animo dell’uomo.

La politica ha sempre fatto parte della mia vita. I telegiornali RAI guardati la sera insieme ai miei genitori, rigorosamente commentati; grandi discussioni a ogni pranzo di famiglia, da che ho memoria, rappresentazioni plastiche delle divisioni della sinistra in Italia; gli anni delle superiori vissuti con l’ingenuità e la veemenza di un adolescente, impegnato come rappresentante d’istituto; l’iscrizione al Partito Democratico, i viaggi verso il circolo insieme a mio nonno che custodirò sempre da qualche parte nel cuore; l’emozione della prima campagna elettorale e l’elezione in Consiglio di Zona, con la sua altalena di soddisfazioni e frustrazioni. 

E la convinzione, acquisita nel corso di questi anni, che la politica, avendo a che fare con la vita delle persone, volenti o nolenti, sia l’attività umana in grado di tirare fuori il lato più luminoso e quello più oscuro di ciascun uomo.

Dopo il 1998 c’è stato il 1999. Gli scandali. Le accuse di doping. Continua a leggere su AsiloIsola