La sconfitta dei legami spezzati

Viviamo nella società dei legami spezzati, dell’individualismo elevato al rango di religione, dalla fuga dalle difficoltà nell’instaurare relazioni. Può essere questa una chiave di lettura poco ortodossa del risultato elettorale del 4 marzo.

I legami spezzati

Una società diventata un confuso pulviscolo in cui continuamente e progressivamente si stanno sfilacciando i legami che storicamente ci hanno tenuti insieme.

É in crisi il modello di famiglia che abbiamo conosciuto fin qui. É in crisi il patto generazionale fra giovani e anziani, con i primi costretti a fuggire dal Paese senza una prospettiva reale per il futuro. É in crisi il patto fra cittadino e Stato grazie al quale attraverso il prelievo fiscale si hanno in cambio servizi adeguati. É in crisi il patto sociale ridistribuivo con la forbice sempre più larga fra molto ricchi e il resto della popolazione.

Questo è uno dei punti di partenza possibili per capire cosa è successo il 4 marzo.

Ci potrebbero essere diverse cartine di tornasole da utilizzare per misurare il livello della crisi di valori che stiamo attraversando.

Quella che per me ha l’impatto simbolico più dirompente è la diffusione in Italia di quella che viene chiamata dagli esperti “Sindrome Hikikomori”, molto diffusa in Giappone. É quel fenomeno per cui i ragazzi decidono di rinchiudersi, svolgendo le loro vite unicamente nelle loro camere da letto – da cui non escono – evitando in questo modo ogni tipo di rapporto sociale per paura del giudizio del mondo esterno. La manifestazione evidente della rottura di tanti dei legami di cui parlavo all’inizio.

La forza del mantenimento dello status quo

Forse per alcuni quoto discorso è del tutto inutile ed è assolutamente sconnesso dal risultato elettorale. Io invece ci trovo una delle ragioni profonde di una sconfitta che è culturale prima che politica. Di fronte a questo sfacelo sociale – questo piano inclinato che da almeno un paio di decenni la società occidentale ha deciso di percorrere – negli anni in cui abbiamo avuto l’onore di guidare questo Paese non siamo stati in grado di costruire e ricostruire i legami che si erano rotti a causa dell’intrecciarsi della crisi economica con un fideismo cieco nell’individualismo.

I giovani hanno continuato a scappare non vedendo nel PD una forza politica in grado di rispondere ai loro legittimi sogni e alle loro aspettative. I milioni di persone che l’Istat annualmente fotografa nel loro stato di povertà assoluta, così come quelli che quotidianamente devono fare i conti con la propria dignità nella loro condizione di povertà relativa, non hanno visto nelle politiche che abbiamo portati avanti una occasione di riscatto sociale, con un ascensore sociale perennemente occupato da quelli che già stanno ai piani alti. Siamo stati avvertiti – questa è una banalità ma vale la pena dirla – come i difensori dello status quo.

E cosa c’è di peggio per una forza di centrosinistra – che fa del riformismo la sua cifra politica – se non l’essere avvertita come il tappo che non consente il cambiamento? Non possiamo nasconderci dietro la giustificazione del “Non ci hanno capito” o del “Le persone non sono venute a conoscenza delle riforme che abbiamo approvato”. Non è sufficiente di fronte all’enormità del risultato maturato alle elezioni.

Cosa abbiamo risposto alle paure delle persone? Quando alcuni di noi hanno cominciato addirittura a irriderle?

Per citarne solo una. Che prospettiva abbiamo dato a chi teme di perdere il posto di lavoro a causa del progresso della tecnologia o di una delocalizzazione causata dalla corsa del mercato globale? La Lega ha prospettato una politica improntata al protezionismo e i 5 stelle il reddito di cittadinanza. Due proposte, sicuramente non condivisibili, ma pur sempre due chiare soluzioni al problema, mentre noi annaspavamo con i nostri cento punti e cento cose fatte, crogiolandoci in un “quanto siamo stati bravi” completamente fuori luogo e perseverando in un atteggiamento altezzoso e autoreferenziale. La verità è che non siamo stati in grado di comprendere i cambiamenti che stanno avvenendo nella società. La prova più lampante è il voto dei giovani che hanno deciso di voltare le spalle ad un partito che non ha saputo dar loro una prospettiva, un sogno, una ragione per essere votato.

L’anno zero

Oggi ci ritroviamo di fronte all’anno zero. E corre l’obbligo di guardare senza reticenze alle cause che ci hanno spinto verso questo risultato, provando ad immaginare alcune soluzioni.

Se abbiamo la consapevolezza di vivere in una società in cui si sfilacciano sempre più i legami, per provare ad aggiustarla, a renderla un luogo in cui le persone possano realizzarsi, il compito di una forza progressista dovrebbe tornare ad essere quello di remare controcorrente, provando a fare proposte che abbiano come unico obiettivo la ricostruzione di un perimetro, di una comunità che si riconosca in valori condivisi, ricostruendo legami, tessendo relazioni, lanciando processi che generino valore. Non torneremo a vincere se continueremo a giocare la nostra partita in una società che fa della rincorsa alla realizzazione del sé l’unico obiettivo per raggiungere la felicità. Potremo tornare ad essere una forza credibile quando avremo proposte che concorreranno a generare una visione del mondo in cui si renda evidente che la realizzazione di ciascuno passa inevitabilmente per il miglioramento delle condizioni anche di chi ci sta di fianco.

Non sarà facile, sarà una traversata nel deserto, che nulla ha a che vedere con le dichiarazioni dei nostri dirigenti sui giornali in queste ore, occupati ancora in giochi di potere e tatticismi che evidenziano ancora una volta la totale inadeguatezza di alcuni di loro.

Un PD da ribaltare

Io non ho risposte predeterminate, sono convinto che si debba provare a uscire dagli schemi, perché è solo così che si esce dalle crisi.

Sicuramente sarà indispensabile rigenerare il partito. Ribaltarne le dinamiche. Smontare le canne d’organo, sorde a ciò che accade intorno, costruite unicamente per la gestione del potere fino a Sè stesso.

Senza nessuna nostalgia per la ditta, ma nemmeno per i cerchi magici di yesman allergici alle critiche. Il partito deve rinnovarsi tentando di diventare la casa dei punti avanzati della società, dei professionisti della vita vera e non di quelli della politica, delle voci critiche, delle intelligenze, delle conoscenze. Un luogo di dibattito che dimostri innanzitutto al suo interno la capacità di costruire reti con ciò che lo circonda.

In tempi straordinari occorrono scelte radicali

Con la consapevolezza che viviamo tempi straordinari – in cui è in crisi il concetto stesso di democrazia – che hanno bisogno di idee nuove e radicali, di scelte forti, di una capacità di trasformazione che sia in grado innanzitutto di crescere dentro la società prima che nei testi legislativi, con proposte che sappiano indicare con chiarezza una direzione.

Recupereremo la nostra credibilità e i tanti elettori che hanno scelto legittimamente altri approdi quando riusciremo a non far stridere i valori che la nostra comunità rappresenta con le scelte politiche che compiremo, prospettando con idee nuove la strada per raggiungere la serenità dei nostri concittadini. Una serenità che mai come oggi sembra un bene più raro di un lettore di quotidiani.